
03 April 2026
Una regalità fatta di dono e misericordia - Omelia Venerdi santo BVI
Il podcast di don Andres Bergamini
About
Il culmine della vita di Gesù
Mi soffermo in modo particolare sulla morte di Gesù, che riconosciamo come il momento culminante della sua passione e, in fondo, di tutta la sua vita. Nel lungo racconto del Vangelo di Giovanni cogliamo una ricchezza straordinaria di dettagli e di personaggi, ma tutto converge proprio lì: nella morte come compimento, come dono supremo.
Avvertiamo chiaramente che c’è un “prima”, fatto di gesti e parole, ma anche di un modo unico con cui Gesù affronta le ultime ore: con una forza regale. È lui a dominare la scena, è lui il protagonista consapevole. Fin dall’arresto nell’orto, quando alla domanda “chi cercate?” i soldati indietreggiano e cadono, percepiamo questa autorità misteriosa. È una regalità diversa, nascosta, che richiama anche la figura del servo descritta dal profeta Isaia: glorioso e innalzato, ma privo di apparenza e bellezza secondo i criteri umani.
La spoliazione e la regalità della croce
Contempliamo Gesù sulla croce, completamente spogliato. Non gli resta nulla: anche le sue vesti vengono divise e tirate a sorte. È una nudità totale, che manifesta un dono senza riserve. Eppure, proprio lì, appare la sua identità: quella scritta posta sopra di lui, “il re dei giudei”, che diventa paradossalmente la proclamazione della sua vera regalità.
In questo contesto così drammatico, ci colpisce profondamente il gesto di Gesù verso sua madre e il discepolo amato. Li affida l’uno all’altra: “ecco tuo figlio… ecco tua madre”. Vediamo in questo gesto una delicatezza immensa. Anche nel momento della morte, Gesù si prende cura, colma il vuoto che sta per lasciare, crea una nuova relazione fondata sull’accoglienza reciproca e sull’amore. È come se rendesse concreto l’invito di ieri a lavarci i piedi, a servirci e amarci gli uni gli altri.
La sete e il compimento
Quando Gesù dice “ho sete”, sentiamo che non è solo una necessità fisica. Questa sete richiama tutto il cammino fatto: l’incontro con la samaritana, il desiderio di entrare in relazione con ogni uomo, il suo porsi accanto a ciascuno. È la sete della nostra vita, della nostra presenza.
Poi, con solennità, pronuncia: “tutto è compiuto”. In queste parole riconosciamo la pienezza, il compimento del disegno di Dio. E nel momento in cui china il capo e consegna lo spirito, non vediamo solo la morte, ma un atto di dono: Gesù offre lo spirito, lo consegna, lo effonde come un soffio di vita.
Il dono totale: sangue e acqua
Anche dopo la morte, il gesto del soldato che trafigge il costato di Gesù rivela qualcosa di straordinario: ne escono sangue e acqua. Per noi è il segno di un dono sovrabbondante, di una grazia che continua a sgorgare. È come una sorgente che non si esaurisce, un dono per tutti coloro che si trovano ai piedi della croce.
L’evangelista sottolinea con forza che chi ha visto ne dà testimonianza, e che questa testimonianza è vera. Questo ci coinvolge direttamente: siamo chiamati anche noi a credere che ciò che sgorga dalla morte di Gesù è un dono reale, destinato anche a ciascuno di noi.
Guardare a colui che abbiamo trafitto
Siamo invitati a volgere lo sguardo a colui che è stato trafitto. Non sempre comprendiamo fino in fondo il legame tra quella morte e il nostro peccato, ma la parola del profeta Isaia ci aiuta: Gesù si è caricato delle nostre sofferenze, ha preso su di sé i nostri dolori.
Sentiamo allora che possiamo deporre in lui tutto ciò che ci pesa: le nostre fatiche, le nostre ferite, il nostro peccato. La lettera agli Ebrei ci ricorda che proprio attraverso questa morte Gesù diventa causa di salvezza eterna per chi gli obbedisce. In quella croce nasce qualcosa di nuovo: la nostra salvezza.
Accostarsi al trono della grazia
Ci chiediamo cosa siamo chiamati a fare davanti a questo mistero. Non solo guardare, ma accostarci. La liturgia ci invita a compiere un gesto concreto: avvicinarci alla croce, a questo segno così prezioso che custodisce anche una reliquia del legno della croce.
Avvicinarci significa entrare in relazione, riconoscere che quella croce è un trono di grazia. Non ci accostiamo solo per contemplare, ma per ricevere: misericordia e grazia. Siamo chiamati a farlo con fiducia, lasciandoci raggiungere da questo dono.
Il dono supremo e la gratitudine
Comprendiamo allora che il momento della morte di Gesù è il momento del massimo dono. Proprio mentre muore, egli dà tutto: il suo spirito, la sua vita, il suo amore. È il suo atto più grande di offerta.
Davanti a questo mistero ci sentiamo piccoli, ma anche profondamente amati. Come la madre e il discepolo amato, anche noi siamo accolti in questa relazione. Possiamo lasciarci avvolgere dalla sua grazia, dal suo perdono, dalla sua vita. E nella contemplazione della sua morte, scopriamo la profondità del suo amore per ciascuno di noi.
Mi soffermo in modo particolare sulla morte di Gesù, che riconosciamo come il momento culminante della sua passione e, in fondo, di tutta la sua vita. Nel lungo racconto del Vangelo di Giovanni cogliamo una ricchezza straordinaria di dettagli e di personaggi, ma tutto converge proprio lì: nella morte come compimento, come dono supremo.
Avvertiamo chiaramente che c’è un “prima”, fatto di gesti e parole, ma anche di un modo unico con cui Gesù affronta le ultime ore: con una forza regale. È lui a dominare la scena, è lui il protagonista consapevole. Fin dall’arresto nell’orto, quando alla domanda “chi cercate?” i soldati indietreggiano e cadono, percepiamo questa autorità misteriosa. È una regalità diversa, nascosta, che richiama anche la figura del servo descritta dal profeta Isaia: glorioso e innalzato, ma privo di apparenza e bellezza secondo i criteri umani.
La spoliazione e la regalità della croce
Contempliamo Gesù sulla croce, completamente spogliato. Non gli resta nulla: anche le sue vesti vengono divise e tirate a sorte. È una nudità totale, che manifesta un dono senza riserve. Eppure, proprio lì, appare la sua identità: quella scritta posta sopra di lui, “il re dei giudei”, che diventa paradossalmente la proclamazione della sua vera regalità.
In questo contesto così drammatico, ci colpisce profondamente il gesto di Gesù verso sua madre e il discepolo amato. Li affida l’uno all’altra: “ecco tuo figlio… ecco tua madre”. Vediamo in questo gesto una delicatezza immensa. Anche nel momento della morte, Gesù si prende cura, colma il vuoto che sta per lasciare, crea una nuova relazione fondata sull’accoglienza reciproca e sull’amore. È come se rendesse concreto l’invito di ieri a lavarci i piedi, a servirci e amarci gli uni gli altri.
La sete e il compimento
Quando Gesù dice “ho sete”, sentiamo che non è solo una necessità fisica. Questa sete richiama tutto il cammino fatto: l’incontro con la samaritana, il desiderio di entrare in relazione con ogni uomo, il suo porsi accanto a ciascuno. È la sete della nostra vita, della nostra presenza.
Poi, con solennità, pronuncia: “tutto è compiuto”. In queste parole riconosciamo la pienezza, il compimento del disegno di Dio. E nel momento in cui china il capo e consegna lo spirito, non vediamo solo la morte, ma un atto di dono: Gesù offre lo spirito, lo consegna, lo effonde come un soffio di vita.
Il dono totale: sangue e acqua
Anche dopo la morte, il gesto del soldato che trafigge il costato di Gesù rivela qualcosa di straordinario: ne escono sangue e acqua. Per noi è il segno di un dono sovrabbondante, di una grazia che continua a sgorgare. È come una sorgente che non si esaurisce, un dono per tutti coloro che si trovano ai piedi della croce.
L’evangelista sottolinea con forza che chi ha visto ne dà testimonianza, e che questa testimonianza è vera. Questo ci coinvolge direttamente: siamo chiamati anche noi a credere che ciò che sgorga dalla morte di Gesù è un dono reale, destinato anche a ciascuno di noi.
Guardare a colui che abbiamo trafitto
Siamo invitati a volgere lo sguardo a colui che è stato trafitto. Non sempre comprendiamo fino in fondo il legame tra quella morte e il nostro peccato, ma la parola del profeta Isaia ci aiuta: Gesù si è caricato delle nostre sofferenze, ha preso su di sé i nostri dolori.
Sentiamo allora che possiamo deporre in lui tutto ciò che ci pesa: le nostre fatiche, le nostre ferite, il nostro peccato. La lettera agli Ebrei ci ricorda che proprio attraverso questa morte Gesù diventa causa di salvezza eterna per chi gli obbedisce. In quella croce nasce qualcosa di nuovo: la nostra salvezza.
Accostarsi al trono della grazia
Ci chiediamo cosa siamo chiamati a fare davanti a questo mistero. Non solo guardare, ma accostarci. La liturgia ci invita a compiere un gesto concreto: avvicinarci alla croce, a questo segno così prezioso che custodisce anche una reliquia del legno della croce.
Avvicinarci significa entrare in relazione, riconoscere che quella croce è un trono di grazia. Non ci accostiamo solo per contemplare, ma per ricevere: misericordia e grazia. Siamo chiamati a farlo con fiducia, lasciandoci raggiungere da questo dono.
Il dono supremo e la gratitudine
Comprendiamo allora che il momento della morte di Gesù è il momento del massimo dono. Proprio mentre muore, egli dà tutto: il suo spirito, la sua vita, il suo amore. È il suo atto più grande di offerta.
Davanti a questo mistero ci sentiamo piccoli, ma anche profondamente amati. Come la madre e il discepolo amato, anche noi siamo accolti in questa relazione. Possiamo lasciarci avvolgere dalla sua grazia, dal suo perdono, dalla sua vita. E nella contemplazione della sua morte, scopriamo la profondità del suo amore per ciascuno di noi.