Il cammino dei poveri che cercano Dio - Omelia martedì 4a settimana di quaresima.Malo
17 March 2026

Il cammino dei poveri che cercano Dio - Omelia martedì 4a settimana di quaresima.Malo

Il podcast di don Andres Bergamini

About
La drammaticità di una vita ferma

Mi colpisce l’immagine iniziale del Vangelo: un uomo malato da trentotto anni, fermo, immobile, quasi imprigionato nella sua condizione. Non sappiamo quanti anni avesse, ma sappiamo che una parte enorme della sua vita è stata segnata da questa paralisi. È una scena che richiama quella del cieco nato, ascoltata poco prima: una vita intera segnata da un limite che sembra definitivo.

Quello che mi impressiona ancora di più è il luogo in cui si trova: è vicino al tempio, accanto alla piscina di Betzatà, uno dei luoghi più certi e concreti della Gerusalemme antica, visibile ancora oggi. È quindi vicinissimo al luogo più santo, eppure non riesce a guarire. Questa vicinanza rende la sua situazione ancora più drammatica: è a pochi passi dalla salvezza, ma allo stesso tempo infinitamente lontano da essa.

La solitudine che blocca la guarigione

Quest’uomo non è solo malato: è anche profondamente solo. Le sue parole lo rivelano con chiarezza: “Non ho nessuno che mi immerga nella piscina”. È una solitudine che pesa, che immobilizza, che diventa quasi una condanna. La distanza che lo separa dalla guarigione è piccolissima, ma allo stesso tempo incolmabile, perché manca qualcuno che lo aiuti.

Questa situazione mi fa riflettere su quanto si possa essere vicini a Dio, ai luoghi sacri, alla fede, eppure rimanere bloccati interiormente. Il tempio è lì, la piscina è lì, la possibilità di guarire sembra a portata di mano, ma qualcosa impedisce il passaggio decisivo. È una distanza non geografica, ma esistenziale.

La promessa di vita che scorre dal tempio

In contrasto con questa immobilità, mi viene in mente la grande visione del profeta Ezechiele: dal tempio sgorga un’acqua abbondante, capace di risanare anche il deserto più arido, l’Araba, una terra sterile, salata, dove non cresce nulla. Eppure quell’acqua porta vita, fa nascere alberi, frutti continui, foglie che guariscono.

È un’immagine potentissima: dal luogo di Dio sgorga una forza di vita inesauribile. Tutto ciò che è morto o sterile può rifiorire. Eppure, paradossalmente, per quest’uomo tutto sembra bloccato. Quella stessa acqua che nella profezia risana tutto, per lui rimane irraggiungibile.

L’iniziativa sorprendente di Gesù

Ed è qui che avviene qualcosa di totalmente nuovo e inatteso: non è l’uomo che riesce ad arrivare all’acqua, ma è Gesù che si avvicina a lui. Questa è la vera novità: Dio non aspetta che l’uomo ce la faccia da solo, ma prende l’iniziativa.

La domanda che Gesù gli pone è sorprendente: “Vuoi guarire?”. A prima vista sembra quasi inutile o ironica, ma in realtà è profondissima. Mi accorgo che non basta avere bisogno di guarigione: bisogna anche desiderarla davvero, voler uscire da quella situazione, smettere di restare seduti nella rassegnazione e nella solitudine.

Questa domanda è rivolta anche a me. Mi costringe a interrogarmi: voglio davvero guarire, oppure mi sono abituato alle mie paralisi interiori?

La guarigione come relazione e obbedienza

Gesù non chiede all’uomo di immergersi nell’acqua. Gli dice semplicemente: “Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”. La guarigione non passa più attraverso un rito o un luogo, ma attraverso la relazione con Lui, attraverso l’ascolto e l’obbedienza alla sua parola.

Capisco allora che la vera acqua che guarisce è Lui stesso. La tradizione della Chiesa insegna che questa acqua scaturisce dal costato di Cristo, come racconta il Vangelo di Giovanni nella passione. E anche nell’Apocalisse, nella visione della Gerusalemme celeste, dall’Agnello sgorga questa vita che salva e rinnova ogni cosa.

Il dono più grande non è semplicemente la guarigione fisica, ma l’incontro con Gesù, che si fa vicino, che entra nella mia vita e mi rimette in cammino.

Il cammino dei poveri che cercano Dio

Alla fine, mi riconosco in quest’uomo. Forse non sono fermo da trentotto anni, ma ci sono momenti in cui anch’io rimango bloccato, magari da meno tempo, ma comunque incapace di muovermi da solo.

Il fatto stesso di cercare Dio, di andare a pregare, di partecipare all’Eucaristia, non significa che sono “bravo”, ma che sono bisognoso, povero, in ricerca. Ho bisogno di questo contatto vivo con Lui, attraverso la sua parola e la sua presenza.

Allora accolgo l’invito: prendo la mia barella, con umiltà, senza nascondere le mie fragilità, e mi metto in cammino. Non da solo, ma dietro di Lui, che è il mio Maestro e la mia speranza.