Davanti a un re mite, umile... umiliato - Omelia della domenica delle Palme 2026 a S. Andrea
29 March 2026

Davanti a un re mite, umile... umiliato - Omelia della domenica delle Palme 2026 a S. Andrea

Il podcast di don Andres Bergamini

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Ieri sera mi trovavo a Veggio con i ragazzi di seconda e terza media e, insieme a loro, abbiamo letto il racconto della passione. Prima di iniziare ho suggerito a ciascuno di scegliere un personaggio o una situazione che lo colpisse particolarmente. Alla fine, il ragazzo che aveva dato voce a Gesù durante la lettura, ha condiviso ciò che lo aveva toccato di più: il fatto che Gesù non risponde, non si ribella, resta in silenzio. Questa osservazione mi ha profondamente colpito e l’ho custodita come chiave di lettura per tutto ciò che abbiamo ascoltato. Gesù si rivela mite.

Il re mite e umile

Questa mitezza emerge già nel Vangelo dell’ingresso a Gerusalemme. Gesù è riconosciuto come re, ma è un re completamente diverso da quelli a cui siamo abituati. Entra in città seduto su un asino, per di più preso in prestito. Non ha cavalli maestosi né segni esteriori di potere. Anche le vesti non sono sue: è la gente a offrirgliele, stendendole lungo il cammino. È un re umile, che ha bisogno degli altri, che si presenta nella semplicità.

Anche la colletta iniziale della liturgia mi ha guidato molto. Dice: "Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore,
fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa’ che abbiamo sempre presente
il grande insegnamento della sua passione,
per partecipare alla gloria della risurrezione". Ci ricorda che Cristo è stato dato come modello agli uomini, lui che si è fatto uomo e si è umiliato fino alla morte. È la passione, letta per intero, diventa così un grande insegnamento da tenere sempre davanti agli occhi. Non si tratta di un insegnamento fatto di parole o discorsi, ma di gesti concreti, di atteggiamenti, di situazioni vissute. In tutto questo, Gesù si mostra come modello di umiltà.

La mitezza lungo tutta la Passione

Ripercorrendo la passione, vedo chiaramente come Gesù sia mite e umile, anzi profondamente umiliato. Durante l’ultima cena è mite davanti al traditore: Giuda è tra i discepoli e Gesù non lo smaschera con durezza. È mite anche quando annuncia che tutti si scandalizzeranno e quando predice a Pietro il suo rinnegamento, senza rimproverarlo.

Nel Getsemani lo vedo ancora mite: nella preghiera accetta la volontà del Padre, dicendo “non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. Quando arriva il momento dell’arresto, si rivolge a Giuda chiamandolo “amico” e invita chi vorrebbe difenderlo con la spada a fermarsi. Alla folla fa notare con calma l’assurdità della situazione: è stato sempre in mezzo a loro a insegnare, eppure ora lo trattano come un ladro.

Davanti al sommo sacerdote risponde con semplicità: “tu lo dici”. Anche quando viene insultato, percosso, deriso, rimane in silenzio. Durante la flagellazione e la crocifissione, spogliato di tutto, continua a non ribellarsi. Viene provocato: “salva te stesso”, ma lui resta sulla croce.

Il grido finale e il riconoscimento

Anche il suo ultimo grido, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, mi appare come il grido di una persona umile: non una protesta, ma una preghiera, una domanda rivolta a Dio. Proprio il modo in cui muore colpisce chi gli sta attorno: il centurione riconosce in lui il Figlio di Dio. È la sua mitezza, il suo modo di accogliere la morte, a rivelare la sua vera identità.

Un insegnamento per tutti

Mi rendo conto che chiunque si avvicini a Gesù in questo racconto – discepoli, nemici, guardie, sacerdoti – e anche noi oggi, scopre questa sua caratteristica fondamentale: è mite, semplice, silenzioso, ma allo stesso tempo forte e saldo.

Questo atteggiamento era già stato annunciato dal profeta Isaia, che parla di uno che non oppone resistenza, che offre il dorso ai flagellatori. E viene ripreso da Paolo nella lettera ai Filippesi, dove si dice che Cristo, pur essendo nella condizione di Dio, ha svuotato se stesso, assumendo la condizione di servo. Già nel farsi uomo, nel nascere a Betlemme e vivere a Nazaret, si manifesta questa umiliazione. E poi si compie pienamente nell’obbedienza fino alla morte, e alla morte di croce.

Entrare negli stessi sentimenti di Cristo

Davanti a tutto questo mi chiedo cosa possiamo fare noi.

Paolo ci invita ad avere gli stessi sentimenti di Cristo. Siamo chiamati a entrare anche noi in questo stile di vita fatto di piccolezza, semplicità, umiltà.

Alla fine dell'inno di Filippesi 2, Paolo dice che nel nome di Gesù ogni ginocchio si piega, nei cieli, sulla terra e sotto terra. Di fronte a un tale insegnamento, sento che anche noi siamo chiamati a piegare le ginocchia, con riconoscenza, timore e commozione, qualunque sia la nostra condizione. Ogni lingua è chiamata a proclamare che Gesù Cristo è il Signore.

Il mistero della Pasqua davanti a noi

Riconosco così che questo re, tanto semplice e umile, è il mio Signore e il mio Salvatore. Dona la sua vita perché noi possiamo avere la vita eterna. Questo è il cuore del mistero della Pasqua e della Settimana Santa.

In qualche modo, in questa Domenica abbiamo già visto tutto, abbiamo già attraversato tutto il mistero. Rimane ancora da scoprire pienamente la risurrezione, che celebreremo. Intanto, in questa liturgia, mi metto alla scuola di questo re umile e umiliato e provo anch’io a vivere i suoi stessi sentimenti, imparando a piegare le ginocchia e ad accogliere il suo insegnamento nella mia vita.